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Tutti Morimmo A StentoL’11 gennaio 1999 moriva a Milano Fabrizio De André. Sono passati nove anni. Neppure lo conoscevo quando morì, eppure oggi rimpiango tanto la sua morte, perché avrei davvero voluto poterlo ascoltare dal vivo. Per fortuna i dischi e gli mp3 possono riportarlo magicamente in vita per qualche minuto, in modo che si possa concedere a noi nell’intimità e nel calore delle nostre piccole camere, o nel gelido contatto con gli estranei su uno squallido autobus. Freddo e caldo. Sensazioni fisiche opposte, tuttavia inerenti al personaggio, che parlava con la sua voce calda, della freddezza delle storie di personaggi abbandonati dalla società, quali prostitute e drogati, assassini e vecchi ubriachi. Parlava delle contraddizioni e delle crudeltà della religione, dell’esistenzialismo e delle contestazioni del ’68. I suoi personaggi erano figure ideali che assumevano dei contorni vividi e definiti, mentre li dipingeva con la sua voce, pizzicando le corde di quella Esteve che era diventata un prolungamento naturale delle sue braccia. Personaggi tristi, malinconici, sbiaditi in un mondo di impersonalità, intrappolati in una realtà che non lasciava via di scampo.
Era un intellettuale, un poeta legato alla sua epoca, un uomo che ha percorso la sua vita sospeso fra musica e poesia, in direzione ostinata e contraria. Ma era anche una persona normale come tutti noi, indecisa sullo studio, combattuto fra i suoi ideali e la realtà familiare priva di possibilità e di sbocchi che non siano stati precedentemente approvati da dei genitori autoritari e perbenisti. Ed è per questo che lo sento molto vicino a me e al mio modo di pensare e di vedere la vita. Un abbraccio a Faber.
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